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3 modi in cui lavora l’effetto alone, che influenza le nostre scelte

Forse avete sentito parlare, almeno una volta, di Effetto Alone, che in psicologia è definito come “bias cognitivo per il quale la percezione di un tratto è influenzata dalla percezione di uno o più altri tratti dell’individuo o dell’oggetto”.

Di fatto, è quell’effetto che ci fa attribuire caratteristiche positive o negative per un oggetto o per una persona quando non abbiamo elementi oggettivi per giudicarli.

L’esempio classico è quello del cantante che sul palco, durante il concerto, fa delle battute: pensiamo che sia simpatico, ma in realtà potrebbe essere la persona più antipatica del mondo e recitare una parte, lì sopra. Noi non abbiamo elementi per giudicarlo.

Ma la spiegazione tecnica passa anche per una serie di fenomeni che ci riguardano molto da vicino, nella vita di tutti i giorni, e di cui non ci rendiamo conto: ecco quindi riportate tre macrocategorie che ci aiutano a capire come funziona l’effetto alone nella nostra vita, e di conseguenza come riconoscerlo ed evitarlo per valutare oggettivamente le situazioni che ci troviamo davanti.

1. L’aspetto fisico

Nelle relazioni sociali, tendiamo a vedere qualità migliori in persone che hanno un bell’aspetto fisico, inteso anche come cura nell’abbigliamento.

Se vediamo un bel ragazzo in giacca e cravatta, ad esempio, tendiamo ad attribuire un senso di serietà, professionalità (nel lavoro), e addirittura simpatia e cordialità nella vita privata: tutte cose che non abbiamo modo di valutare oggettivamente, e a cui dovremmo fare attenzione ricordando sempre che quella persona è uno sconosciuto.

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