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Giocare con i bambini: 6 giochi che li aiutano ad esplorare le loro emozioni

Non c’è nulla di più spontaneo del gioco con i bambini ed è proprio questa spontaneità a renderlo uno degli strumenti più potenti per entrare in contatto con il mondo interno di un bambino.

Dove le parole mancano il gioco con le sue regole (che spesso si infrangono), con le sue storie inventate, con il linguaggio dei colori e dei gesti, dei suoni e delle espressioni è perfetto per aiutare i bambini ad esprimere le proprie emozioni.

Giocare insieme ai bambini non vuol dire solo passare del tempo con loro, ma anche riconoscere, accogliere e accompagnare. È un atto che ti aiuta a metterti in relazione con loro, è educativo, ma anche terapeutico.

Alcuni giochi, più di altri, soprattutto permettono ai bambini di dare forma e significato a ciò che sentono, anche quando non sanno ancora descriverlo. Di seguito ne esploriamo sei: semplici, replicabili in casa, ma profondamente trasformativi se proposti con presenza e ascolto autentico

La ruota delle emozioni per dare un nome al sentire

Costruire una ruota delle emozioni è un modo efficace per aiutare i bambini a riconoscere e verbalizzare ciò che provano. Si può fare con un cartoncino diviso in spicchi colorati, ciascuno associato a un’emozione (gioia, rabbia, tristezza, paura, sorpresa, disgusto). Si aggiungono delle faccine disegnate, o si usano foto. Al centro, una freccia girevole.

Il gioco consiste nel far girare la ruota e poi raccontare un episodio in cui si è provata l’emozione indicata. Oppure si può usare a fine giornata: “Come ti sei sentito oggi a scuola?” e far scegliere al bambino lo spicchio più adatto. È un gioco di alfabetizzazione emotiva, ma anche uno spazio per l’empatia: l’adulto ascolta, non corregge, accoglie. Anche quando l’emozione è scomoda.

Il barattolo dei pensieri: dare spazio al non detto

Il barattolo dei pensieri funziona come una piccola scatola delle emozioni, ma a misura di bambino. Serve un semplice barattolo trasparente, qualche bigliettino colorato e una penna. Ogni volta che il bambino prova qualcosa che non riesce a dire a voce –  perché è difficile, confuso, o magari troppo – può scriverlo o disegnarlo e infilarlo nel barattolo. L’adulto può fare lo stesso.

Una o due volte alla settimana, si pesca un biglietto a caso e si legge insieme (o lo si osserva, se è un disegno). Si può scegliere se parlarne o meno. L’importante è la ritualità: il bambino sa che esiste uno spazio sicuro dove i pensieri non vengono giudicati. Un contenitore simbolico, che insegna che si può condividere senza la paura di essere fraintesi.

Il gioco delle statue emotive, il corpo come specchio

Il corpo dei bambini è il loro primo strumento di comunicazione, prima ancora che imparino a parlare, esprimono tutto attraverso il movimento, la postura, il tono della voce. Il gioco delle statue emotive lavora proprio su questo livello.

Si inizia proponendo un’emozione, ad esempio: “Rabbia!”. Il bambino deve fermarsi in una posa che secondo lui rappresenta la rabbia. L’adulto fa lo stesso. Poi si passa alla tristezza, alla gioia, alla paura, alla vergogna. Dopo ogni statua si può chiedere: “Come si sente questo corpo?”, “Cosa gli è successo?” oppure “Quando ti senti così?”.

Il gioco attiva la consapevolezza corporea, aiuta a identificare segnali fisici legati agli stati emotivi, e apre una riflessione sulla connessione tra ciò che si prova dentro e ciò che si manifesta fuori.

La storia da completare con un’emozione al centro

Le narrazioni piacciono ai bambini perché permettono di proiettare i propri vissuti in personaggi immaginari. Il trucco è lasciare la storia aperta. Si può iniziare con: “C’era una volta un bambino che, una mattina, si svegliò molto arrabbiato…”. Poi ci si ferma e si chiede: “Cosa è successo? Perché era arrabbiato? Come ha reagito?”.

Il bambino completa la storia. Non importa quanto sia realistica: ciò che conta è che stia dando voce a qualcosa che sente. L’adulto può poi porre domande lievi, senza invadenza: “Secondo te ha fatto bene a comportarsi così?” oppure “Tu cosa avresti fatto?”. La storia diventa così uno specchio, in cui il bambino può vedersi riflesso senza sentirsi giudicato.

Il gioco dei peluche terapeutico

I pupazzi sono spesso i primi confidenti dei bambini, questi hanno la capacità di raccogliere lacrime, paure, entusiasmi e segreti. In questo gioco, si chiede al bambino di scegliere un peluche e di immaginare che sia un terapista. L’altro peluche (scelto sempre dal bambino) ha invece un problema da raccontare.

Il coniglio oggi è molto triste perché…”. E il terapista lo ascolta, lo consola, magari gli dà un consiglio. Spesso il bambino userà la sua voce per entrambi, ma l’adulto può anche partecipare. Il gioco permette una forma di distanziamento: parlare di sé senza farlo direttamente, ma usando il filtro dell’oggetto transizionale.

Il memory delle emozioni: riconoscere le sfumature

Si può realizzare un memory con coppie di carte che rappresentano volti ed espressioni emotive: non solo le “6 emozioni base”, ma anche varianti come la frustrazione, l’imbarazzo, la calma, la noia. Ogni volta che si trova una coppia, si deve dire il nome dell’emozione e raccontare un episodio in cui la si è provata.

Questo gioco amplia il vocabolario emotivo del bambino, lo aiuta a distinguere tra sfumature simili (es. rabbia vs. frustrazione), e lo abitua a parlare di emozioni anche nei contesti più ludici. Un’educazione emotiva che si costruisce lentamente, tra una risata e un ricordo.

Il ruolo dell’adulto: più presenza che guida

In tutti questi giochi, l’adulto non deve assumere il ruolo del maestro, né del terapeuta. Deve piuttosto esserci. Con attenzione, rispetto e uno sguardo libero da interpretazioni premature. Il bambino non ha bisogno di soluzioni, ma di uno spazio in cui sentirsi accolto. Giocare insieme è un modo per dirgli: “Quello che provi ha valore. Anche se non sai ancora come chiamarlo, io sono qui per ascoltarlo con te”. Perché alla fine, l’educazione emotiva non è mai una lezione. È un’esperienza vissuta e il gioco è uno dei suoi linguaggi più potenti.

About Silvia Faenza

Ciao sono Silvia Faenza, mi sono Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università del Salento, nel 2014. Dal 2015 mi occupo della gestione dei contenuti per aziende e agenzie editoriali online, principalmente in qualità di ghostwriter, copywriter e web editor.

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