La connessione tra sistema immunitario e depressione sta emergendo come uno degli aspetti più promettenti della ricerca contemporanea in ambito psichiatrico. Ciò che fino a pochi anni fa sembrava un’ipotesi quasi provocatoria oggi trova conferme sempre più solide: alcune forme di depressione potrebbero avere radici profonde nel modo in cui il nostro sistema immunitario dialoga con il cervello. Questa scoperta apre scenari completamente nuovi per comprendere e trattare chi non risponde alle terapie tradizionali.
Oltre l’approccio tradizionale
La ricerca recente pubblicata su Advanced Science nel 2025 ha adottato una metodologia innovativa che la distingue dagli studi precedenti. Invece di analizzare un singolo aspetto biologico alla volta, i ricercatori hanno esaminato simultaneamente tre diversi sistemi biologici negli stessi pazienti: le proteine presenti nel sangue, l’attività genetica delle cellule immunitarie e modelli cerebrali miniaturizzati coltivati dalle cellule dei pazienti stessi. Questo approccio integrato ha permesso di vedere connessioni che altrimenti sarebbero rimaste invisibili.
I partecipanti allo studio erano donne con disturbo depressivo maggiore resistente ai trattamenti, caratterizzato da sintomi atipici e manifestazioni psicotiche. Si tratta proprio di quelle persone che spesso non traggono beneficio dagli antidepressivi standard, lasciando clinici e pazienti in una situazione di profonda frustrazione terapeutica.
Quando il corpo resta in allerta permanente
I risultati dello studio rivelano un quadro biologico di attivazione costante, come se l’organismo fosse perennemente in stato di emergenza. Nel sangue dei pazienti sono stati rilevati livelli elevati di specifiche proteine: la DCLK3, che aiuta i neuroni a sopravvivere in condizioni di stress, e la C5, componente del sistema del complemento che funge da sistema di allarme precoce dell’immunità. Quando la C5 è elevata, segnala tipicamente la presenza di infiammazione attiva.
Questi marcatori proteici mostravano una correlazione diretta con l’intensità dei sintomi riportati dai pazienti. Maggiore era la gravità di stress, trauma, ansia e depressione, più alti risultavano i livelli di infiammazione. Le cellule immunitarie raccontavano la stessa storia: i neutrofili e i monociti, che rispondono alle minacce immediate, erano fortemente attivati, mentre i linfociti T e B, responsabili della risposta immunitaria adattativa, risultavano impoveriti. Il sistema immunitario sembrava rispondere continuamente a una minaccia invisibile, anche in assenza di una malattia fisica evidente.
Mini-cervelli che svelano vulnerabilità nascoste
L’aspetto più innovativo della ricerca ha riguardato la creazione di organoidi cerebrali, ovvero strutture tridimensionali simili al cervello ottenute riprogrammando le cellule del sangue di una paziente in cellule staminali. Questi modelli semplificati di tessuto cerebrale in sviluppo hanno rivelato differenze sorprendenti rispetto a quelli coltivati da individui sani.
Gli organoidi della paziente crescevano più lentamente e raggiungevano dimensioni ridotte. Contenevano un numero inferiore di cellule progenitrici neurali, quelle destinate a trasformarsi in neuroni, e mostravano una maggiore morte cellulare. Ma la scoperta più significativa è emersa quando entrambi i tipi di organoidi sono stati esposti al desametasone, una versione sintetica del cortisolo, l’ormone dello stress. Mentre gli organoidi sani reagivano in modo contenuto, quelli derivati dalla paziente mostravano un’alterazione drammatica nell’espressione di decine di geni. Questa evidenza suggerisce che la vulnerabilità allo stress potrebbe essere inscritta nella biologia cellulare stessa di questi pazienti.
Ripensare la depressione come condizione neuroimmune
Per chi ha provato un antidepressivo dopo l’altro senza trovare sollievo, questa ricerca offre una validazione importante. Alcune forme di depressione potrebbero operare attraverso meccanismi biologici completamente diversi dai modelli basati sulla serotonina su cui si concentrano la maggior parte dei farmaci attualmente disponibili.
Il trauma lascia tracce biologiche profonde. I pazienti coinvolti nello studio avevano vissuto esperienze traumatiche significativamente superiori rispetto ai partecipanti del gruppo di controllo. Da decenni sappiamo che le avversità infantili impattano su tutti i domini della salute, e questa ricerca mostra concretamente come il trauma modelli il sistema immunitario e l’interazione tra questo e il cervello.
La sensibilità allo stress potrebbe diventare rilevabile. Il fatto che gli organoidi cerebrali derivati dai pazienti abbiano risposto in modo così marcato agli ormoni dello stress suggerisce che in futuro potremmo essere in grado di identificare chi è più vulnerabile e orientare di conseguenza i trattamenti in modo personalizzato.
Nuove strade terapeutiche
Questo studio, pur essendo di dimensioni limitate, rafforza un sospetto che molti professionisti formati sul trauma già nutrono: dobbiamo guardare oltre i criteri diagnostici del DSM. Fattori come l’infiammazione cronica, il carico di stress, la storia traumatica e la funzione immunitaria potrebbero essere altrettanto rilevanti per la pianificazione del trattamento quanto il conteggio dei sintomi.
Per le persone che convivono con la depressione, specialmente quella resistente ai trattamenti, questa ricerca offre la speranza che la scienza stia finalmente raggiungendo la complessità della loro esperienza. Non si tratta di negare il ruolo dei neurotrasmettitori o della psicoterapia, ma di riconoscere che la depressione, come la maggior parte dei fenomeni della vita, è più complessa di qualsiasi narrazione semplicistica.
Verso un approccio integrato
Man mano che la nostra comprensione delle condizioni neuroimmuni si approfondisce, diventa sempre più evidente che i clinici che lavorano con sintomi resistenti al trattamento legati al trauma devono acquisire consapevolezza del ruolo che il sistema immunitario gioca negli interventi terapeutici. Questo significa prestare attenzione non solo a pensieri ed emozioni, ma a ciò che accade sotto la superficie: nel sangue, nella risposta immunitaria, nel macchinario cellulare che modella il nostro modo di rispondere allo stress.
La strada da percorrere non consiste nello scegliere tra approcci psicologici e biologici. Si tratta piuttosto di intrecciarli in qualcosa di più completo, qualcosa che finalmente rifletta la salute in tutti i suoi domini. Gli interventi mirati all’infiammazione, siano essi farmacologici, cambiamenti nello stile di vita o altre forme di intervento, potrebbero offrire sollievo proprio dove gli antidepressivi tradizionali hanno fallito. Il futuro della salute mentale richiede questa visione integrata e olistica.
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