Nel momento in cui l’entusiasmo iniziale perde intensità e gli obiettivi fissati cominciano a convivere con imprevisti, stanchezza o dubbi, la motivazione tende a ridursi e oscillare fino a spegnersi del tutto. Questa fase non indica una mancanza di volontà, ma segnala piuttosto che il cambiamento richiede strumenti diversi da quelli utili nella fase iniziale. È proprio quando la novità svanisce che emerge la differenza sostanziale tra coloro che abbandonano il percorso e coloro che invece riescono a rimanere allineati ai propri obiettivi, lavorando sulla resilienza, sulla capacità di riflettere e sul legame profondo tra ciò che si desidera ottenere e ciò che conta davvero.
Motivazione e resilienza nel corso del tempo
Nel percorso verso un obiettivo, la resilienza non indica una resistenza cieca, ma con la capacità di adattarsi alle fasi di rallentamento senza interpretarle come un fallimento. Quando la motivazione cala, il rischio più comune è quello di attribuire la difficoltà a un limite personale, perdendo di vista il fatto che ogni cambiamento comporta attriti fisiologici. Le persone che mantengono la rotta tendono a leggere questi momenti come segnali informativi, utili per comprendere cosa stia funzionando e cosa necessiti di un aggiustamento.
La resilienza si costruisce attraverso una relazione più realistica con il processo, accettando che l’impegno non si presenti sempre con la stessa intensità e che la continuità non richieda entusiasmo costante. In questo senso, la capacità di restare presenti anche quando la spinta emotiva si attenua diventa un fattore decisivo per il progresso nel lungo periodo.
Il ruolo dell’eustress nella motivazione sostenibile
Nel dibattito sullo stress, spesso si tende a considerarlo come un elemento esclusivamente negativo, da eliminare o ridurre il più possibile. Una lettura più utile distingue però tra stress che logora e stress che attiva, noto come eustress, una forma di sollecitazione percepita come significativa e orientata a uno scopo.
Quando una sfida viene interpretata come coerente con i propri valori, lo stress associato tende a sostenere l’azione invece di bloccarla. Le ricerche in ambito psicologico mostrano che non è la quantità di stress a determinare gli effetti sulla salute e sulla motivazione, ma il modo in cui viene interpretato. Considerare lo stress come parte integrante di un percorso di crescita consente di ridurne l’impatto negativo e di utilizzarlo come indicatore di coinvolgimento.
Parallelamente, diventa essenziale ridurre il cosiddetto “distress“, ossia lo stress percepito come minaccia, attraverso pratiche di cura di sé, gestione del tempo e connessione con gli altri, elementi che contribuiscono a mantenere la motivazione su basi più stabili.
Emodiversità e regolazione emotiva
Nel mantenere un impegno nel tempo, la capacità di tollerare una gamma ampia di emozioni gioca un ruolo spesso sottovalutato. L’emodiversità, intesa come apertura all’esperienza emotiva nella sua complessità, permette di attraversare fasi di frustrazione, dubbio o noia senza reagire in modo impulsivo.
Le emozioni non diventano ostacoli da evitare, ma segnali temporanei che indicano la necessità di ascolto e regolazione, con una buona regolazione emotiva implica la capacità di restare in contatto con ciò che si prova, riconoscendo che gli stati emotivi sono transitori e non definiscono il valore dell’obiettivo o della persona. Quando la motivazione si affievolisce, questa competenza consente di evitare l’autocritica eccessiva e di mantenere uno spazio mentale in cui riflettere con maggiore lucidità, trasformando il momento di difficoltà in un passaggio di riorientamento.
Collegare gli obiettivi ai valori personali
Un elemento che distingue gli obiettivi destinati a durare da quelli che si esauriscono rapidamente riguarda il legame con i valori personali. Quando un proposito resta ancorato a un risultato superficiale, come un numero o una scadenza, diventa più vulnerabile all’ambivalenza interna.
Collegare l’obiettivo a ciò che ha un significato più profondo rende invece il percorso più coerente con l’identità e più resistente agli inevitabili momenti di attrito. Questo collegamento richiede una riflessione onesta sul perché si desidera un cambiamento e su cosa esso rappresenti nella vita quotidiana. Spesso emerge che il valore sottostante, come il benessere, la vitalità o la qualità delle relazioni, ha più forza motivazionale del contenuto letterale del proposito. Concentrarsi su questi valori permette di mantenere la direzione anche quando le modalità operative necessitano di essere riviste.
Riflettere, adattarsi e cambiare direzione
Nel percorso verso un obiettivo, la riflessione non è un esercizio astratto, ma uno strumento operativo che consente di apprendere dall’esperienza. Ripensare ai propositi già formulati in passato, osservare cosa ha funzionato e cosa ha generato resistenza aiuta a ridurre il peso di sensi di colpa o vergogna legati a tentativi precedenti. Queste emozioni, se non riconosciute, tendono a erodere la motivazione e a favorire l’abbandono.
La flessibilità, spesso fraintesa come rinuncia, rappresenta invece una forma di adattamento maturo. Cambiare rotta, ridimensionare un obiettivo o riformularlo in modo più aderente ai propri bisogni attuali non equivale a fallire, ma a integrare nuove informazioni nel processo. Questa capacità di pivot, sostenuta da consapevolezza e apertura, rafforza la resilienza e consente di proseguire con maggiore coerenza.
Rimanere motivati nel tempo non significa forzarsi a mantenere la stessa direzione a ogni costo, ma costruire un rapporto più elastico e riflessivo con i propri obiettivi. È in questa continuità fatta di aggiustamenti, valori e gestione consapevole dello stress che il cambiamento smette di dipendere dall’entusiasmo iniziale e inizia a tradursi in progresso reale.
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