Quando una storia sentimentale finisce e, a distanza di tempo, se ne inizia un’altra che sembra muoversi sugli stessi binari emotivi della precedente, la tentazione di attribuire tutto a un errore di scelta o a un tratto del carattere è forte, anche perché è una spiegazione semplice e immediata. Eppure, osservando con maggiore attenzione ciò che accade a livello psicofisiologico, emerge un quadro più articolato, in cui il comportamento relazionale non nasce tanto da una decisione consapevole quanto da una regolazione automatica del sistema nervoso, che tende a orientarsi verso ciò che riconosce come “gestibile”, anche quando questo comporta disagio, instabilità o sofferenza.
Le ripetizioni relazionali non indicano una mancanza di lucidità o di volontà, ma raccontano spesso una storia di adattamenti precoci, apprendimento corporeo e associazioni emotive che continuano ad agire sotto la soglia della consapevolezza. Comprendere questi meccanismi non serve a trovare un colpevole, bensì a chiarire perché alcune relazioni sembrano inevitabili e perché, al contrario, quelle più stabili possono apparire estranee o poco attraenti.
Dolore familiare e percezione di sicurezza
Nel momento in cui una dinamica relazionale richiama qualcosa di già sperimentato in passato, il sistema nervoso la registra prima come territorio noto e solo in seguito come potenzialmente dannoso, perché la familiarità precede la valutazione. Questo spiega perché, in molte situazioni, il dolore conosciuto venga percepito come meno minaccioso rispetto a una sicurezza nuova e non ancora mappata.
La ricerca sui legami traumatici ha mostrato come la coesistenza di sofferenza e sollievo all’interno della stessa relazione produca un’associazione profonda tra attaccamento e instabilità. Uno studio pubblicato sul Journal of Social and Personal Relationships nel 2022 ha evidenziato che anche in presenza di abusi emotivi o psicologici persistenti, molte persone continuano a sentirsi legate alla figura che le ferisce, proprio perché il sistema nervoso ha imparato ad associare quella fonte di dolore anche ai momenti di tregua.
Quando questo schema viene interiorizzato, la calma relazionale può essere letta come assenza di coinvolgimento, mentre la sicurezza viene confusa con mancanza di intensità emotiva. In questa prospettiva, non è il benessere a risultare rassicurante, ma ciò che assomiglia a un copione già noto, anche se faticoso.
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Condizionamento neurofisiologico e attaccamento
Nel corso del tempo, il corpo apprende ritmi relazionali specifici, soprattutto quando l’alternanza tra distanza e riavvicinamento si ripete in modo sistematico. Questo processo è stato descritto in modo approfondito da Stephen Porges, attraverso la Teoria Polivagale, che analizza il modo in cui il sistema nervoso autonomo valuta costantemente segnali di sicurezza e minaccia.
Una revisione del 2025 pubblicata su Clinical Neuropsychiatry ha sottolineato come il sistema nervoso non risponda solo a ciò che è oggettivamente sicuro, ma anche a ciò che in passato ha garantito una qualche forma di sopravvivenza emotiva. Se l’affetto è stato sperimentato in un contesto instabile, il corpo può continuare a cercare quel tipo di attivazione, perché ne riconosce il ritmo.
In queste dinamiche, l’attrazione non nasce dalla qualità della relazione, ma dall’attivazione fisiologica che essa produce. La tensione seguita da momenti di sollievo crea un ciclo che il sistema nervoso impara a leggere come legame. Per questo motivo, anche quando la mente riconosce che una relazione è disfunzionale, il corpo può continuare a orientarsi verso schemi simili, rendendo difficile interrompere la ripetizione.
Prevedibilità emotiva e ipervigilanza
Gli esseri umani sono strutturati per anticipare ciò che accadrà, soprattutto nelle relazioni intime, dove la prevedibilità riduce l’incertezza. Quando, durante l’infanzia, le risposte emotive dei caregiver sono state incoerenti o imprevedibili, il sistema nervoso ha dovuto adattarsi sviluppando uno stato di vigilanza costante.
Una revisione del 2024 pubblicata sul Journal of Child Psychology and Psychiatry ha mostrato come l’imprevedibilità, anche in assenza di eventi traumatici evidenti, sia sufficiente a sensibilizzare il sistema nervoso, influenzando la regolazione dello stress e le aspettative relazionali in età adulta. In questi contesti, il cervello impara a monitorare continuamente l’ambiente emotivo, cercando segnali che anticipino un cambiamento.
Quando questo assetto diventa la norma, l’instabilità smette di essere percepita come tale e inizia a sembrare prevedibile, perché segue uno schema già conosciuto. Al contrario, una relazione stabile può risultare disorientante, poiché non offre gli stessi segnali a cui il sistema nervoso è abituato a reagire.
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Perché la stabilità può sembrare “sbagliata”
Nel momento in cui una relazione non attiva i circuiti di allerta abituali, il corpo può interpretare questa assenza di stimoli come un segnale di disconnessione, anche quando la relazione è emotivamente sana. L’irrequietezza che ne deriva non indica un problema nel rapporto, ma una difficoltà di adattamento a un nuovo assetto neurofisiologico.
Questo spiega perché alcune persone sabotano legami stabili o si sentono a disagio in contesti relazionali prevedibili: non perché manchi il coinvolgimento, ma perché il sistema nervoso non riconosce ancora quei segnali come affidabili. Finché la regolazione emotiva resta ancorata a schemi appresi in passato, la differenza può essere vissuta come errore.
Comprendere questi meccanismi non elimina automaticamente la ripetizione, ma offre una chiave di lettura più accurata, che sposta l’attenzione dal giudizio personale alla conoscenza dei processi che guidano le scelte affettive, spesso molto prima che diventino pensieri consapevoli.
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