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Modelli relazionali ricorrenti: perché ci avviciniamo sempre a persone simili secondo la psicologia

Quando nelle relazioni affettive si ha la sensazione di incontrare volti diversi che però evocano dinamiche già vissute, il problema raramente coincide con una semplice sfortuna sentimentale o con una scelta casuale dei partner, ma affonda le radici in processi psicologici profondi che regolano il modo in cui percepiamo la sicurezza, la vicinanza e il conflitto. Ciò che ritorna non è tanto la personalità dell’altro, quanto una struttura relazionale familiare, un copione emotivo che riconosciamo come “gestibile” perché già conosciuto, anche quando risulta doloroso o limitante. In questa prospettiva, la ripetizione non indica immobilità, ma una traiettoria a spirale in cui l’esperienza si ripresenta sotto forme differenti finché non cambia il modo di reagire.

Schemi relazionali appresi e memoria emotiva

Nel corso dello sviluppo, le relazioni primarie costruiscono una mappa implicita di ciò che significa essere in relazione, una mappa che non viene registrata a livello cognitivo ma corporeo ed emotivo, attraverso ripetizioni quotidiane, micro-esperienze di risposta o manc see. Questo tipo di apprendimento non passa dal linguaggio ma dalla regolazione affettiva: come viene gestito il conflitto, quanto spazio hanno le emozioni, cosa accade dopo una ferita. Quando da adulti ci troviamo davanti a situazioni simili, il sistema nervoso le riconosce come familiari e, proprio per questo, tollerabili, anche se generano disagio. La familiarità, in questo senso, non coincide con il benessere ma con la prevedibilità, e la prevedibilità riduce l’ansia più di quanto faccia una relazione nuova ma emotivamente incerta.

Attaccamento e normalizzazione del disagio

Le teorie dell’attaccamento mostrano come il bisogno di connessione possa portare a sacrificare parti di sé pur di mantenere il legame, soprattutto quando nelle prime relazioni significative la vicinanza veniva ristabilita solo attraverso l’evitamento del conflitto o la rimozione del dolore. In questi casi, il corpo impara che esprimere il disagio mette a rischio la relazione, mentre tacere la preserva. Da adulti, questa logica si traduce in una tolleranza silenziosa di comportamenti che superano i limiti personali: indisponibilità emotiva, minimizzazione dei bisogni, mancanza di riparazione dopo un conflitto. Non si tratta di non accorgersi del problema, ma di riconoscerlo senza sentirsi legittimati ad agire di conseguenza, come se il prezzo della connessione fosse sempre la rinuncia a una parte della propria esperienza emotiva.

Confini emotivi: cosa sono davvero

Nel linguaggio comune, i confini vengono spesso confusi con richieste o avvertimenti verbali, mentre in ambito psicologico rappresentano decisioni interne che guidano il comportamento quando una situazione non cambia. Un confine non coincide con ciò che si chiede all’altro, ma con ciò che si è disposti a fare per proteggere il proprio equilibrio quando un limite viene oltrepassato. Questo implica tre elementi fondamentali: riconoscere ciò che si prova, valutare se il comportamento dell’altro è compatibile con il proprio benessere e scegliere un’azione coerente se la dinamica persiste. Quando manca l’ultimo passaggio, il messaggio implicito che viene trasmesso alla relazione è che quella violazione rientra nel campo del tollerabile, contribuendo a consolidare lo schema.

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Perché il ciclo continua nelle relazioni adulte

Nelle relazioni adulte, la ripetizione degli schemi raramente assume forme eclatanti, ma si manifesta attraverso una sequenza di micro-eventi che non vengono mai elaborati: conversazioni evitate, promesse temporanee, ritorni alla normalità senza riparazione. In queste situazioni, il sistema nervoso riconosce una dinamica già nota e attiva strategie apprese in passato, come la minimizzazione o la razionalizzazione del disagio, per mantenere il legame. Il risultato è una progressiva erosione della sicurezza emotiva, che non avviene all’improvviso ma attraverso un adattamento silenzioso ai limiti dell’altro, fino a perdere il contatto con i propri. La relazione continua, ma a costo di un progressivo spegnimento interno che viene spesso scambiato per stanchezza o disillusione.

Interrompere la ripetizione attraverso scelte diverse

Uscire da un modello relazionale ricorrente non significa individuare persone “migliori”, ma modificare la risposta quando emerge un disagio che in passato veniva ignorato. Questo passaggio richiede la capacità di riconoscere precocemente le violazioni sottili, prima che diventino strutturali, e di accettare che la chiarezza emotiva senza azione non produce cambiamento. Agire in modo diverso implica tollerare l’eventualità della perdita, perché alcune relazioni si mantengono solo finché uno dei due accetta di non mettere in discussione lo schema. Quando il confine viene interiorizzato e agito, la spirale si interrompe, non perché l’esperienza non si ripresenti più, ma perché il sistema risponde in modo nuovo, restituendo alla relazione, o alla sua fine, un senso di integrità personale che prima mancava.

About Silvia Faenza

Ciao sono Silvia Faenza, mi sono Laureata in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali all'Università del Salento, nel 2014. Dal 2015 mi occupo della gestione dei contenuti per aziende e agenzie editoriali online, principalmente in qualità di ghostwriter, copywriter e web editor.

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