La domenica sera, verso le sette, a Chiara viene mal di stomaco. Non ogni tanto: ogni domenica, da otto mesi. Ha fatto gli esami, è tutto a posto. Lavora in un ufficio acquisti, le piace quello che fa, ma da quando il suo reparto è passato da cinque a tre persone ha smesso di staccare davvero. Risponde alle mail in pizzeria, sogna le scadenze, si arrabbia con il compagno per niente. “È solo un periodo”, si ripete. Il periodo dura da quasi un anno.
Quello che Chiara sta vivendo ha un nome preciso: stress lavoro correlato. Non è debolezza e non è un difetto di carattere. È la reazione di una persona a richieste che, per troppo tempo, superano le risorse che ha a disposizione per farvi fronte. E proprio perché è così comune, si tende a sottovalutarlo finché non presenta il conto.
Cos’è, in parole semplici
Un po’ di pressione al lavoro non fa male, anzi: una scadenza ci tiene concentrati, una sfida ci fa crescere. Il problema nasce quando la pressione diventa la condizione normale e non c’è più un momento di recupero. Il corpo resta in allerta, come se ci fosse un pericolo costante, e alla lunga si stanca.
Le cause più frequenti non sono quasi mai una sola. Carichi di lavoro troppo alti o troppo imprevedibili, poca possibilità di decidere come organizzarsi, ruoli poco chiari, conflitti con colleghi o responsabili, la sensazione che l’impegno non venga riconosciuto, la paura di perdere il posto. E sempre più spesso il confine sfumato tra lavoro e vita privata: lo smartphone aziendale che resta acceso la sera, lo smart working che si allunga fino a cena.
I segnali da non ignorare
Lo stress da lavoro raramente si presenta con un cartello. Più spesso si infila in piccoli cambiamenti che, presi uno per uno, sembrano innocui.
Nel corpo: mal di testa frequenti, tensione al collo e alle spalle, disturbi di stomaco o intestino, stanchezza che non passa nemmeno dopo il weekend, raffreddori uno dopo l’altro. Il sonno è spesso il primo a saltare: si fa fatica ad addormentarsi oppure ci si sveglia alle quattro con la testa già al lavoro.
Nelle emozioni: irritabilità, ansia che sale nei giorni lavorativi e cala in ferie, la sensazione di non farcela, un senso di vuoto o di cinismo verso cose che prima interessavano. Quella fitta della domenica sera, che molti conoscono bene, è uno dei segnali più tipici.
Nei comportamenti: difficoltà a concentrarsi, errori banali, rimandare compiti che prima si sbrigavano in fretta, mangiare di più o di meno, qualche bicchiere in più per “staccare”, isolarsi da amici e famiglia perché non si ha energia per nessuno.
Se ti ritrovi in diversi di questi punti da settimane, non è il caso di aspettare che passi da solo. Lo stress prolungato è collegato a disturbi del sonno, ansia e depressione, e anche a problemi fisici: ne abbiamo parlato in quali malattie può provocare lo stress da lavoro e in lo stress causa la depressione?
Stress o burnout?
Le due parole vengono spesso usate come sinonimi, ma non lo sono. Lo stress è una condizione in cui si è “troppo”: troppo da fare, troppa urgenza, troppa tensione. Chi è stressato di solito si agita, corre, prova ancora a stare dietro a tutto.
Il burnout arriva dopo, quando lo stress cronico non è stato gestito. È una condizione di “troppo poco”: esaurimento, distacco, la sensazione che niente di quello che fai abbia senso o serva a qualcosa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo descrive come un fenomeno legato specificamente al lavoro, con tre caratteristiche: sfinimento, cinismo verso il proprio lavoro, calo dell’efficacia. Se vuoi capirne di più, trovi una spiegazione nell’articolo sulla sindrome da burnout.
Riconoscere lo stress in tempo serve proprio a questo: intervenire prima che diventi esaurimento.
Cosa puoi fare da subito
Non esistono trucchi miracolosi, e diffida di chi ti promette di “sconfiggere lo stress in 5 minuti”. Ci sono però alcune cose concrete che aiutano, soprattutto se fatte con costanza.
Dai un nome a quello che succede. Per una settimana annota, la sera, cosa ti ha pesato di più durante la giornata. Spesso si scopre che non è “il lavoro” in generale, ma due o tre situazioni precise: una riunione, una persona, un tipo di richiesta. Su quelle si può lavorare.
Rimetti un confine. Un orario dopo il quale le notifiche si spengono, un momento della giornata in cui il telefono resta in un’altra stanza. All’inizio sembra impossibile; dopo qualche settimana diventa un sollievo.
Proteggi le cose che ti ricaricano. Sonno, movimento, persone con cui stai bene. Sono le prime cose che si sacrificano quando si è sotto pressione, e sono proprio quelle che servirebbero di più. Una camminata di venti minuti all’aperto dopo il lavoro può fare più di quanto immagini.
Parlane. Con il partner o con un amico, prima di tutto, per non portare tutto da solo. E, quando è possibile, con chi può cambiare qualcosa: il tuo responsabile, l’ufficio del personale.
Cosa deve fare il datore di lavoro
Lo stress lavoro correlato non è solo una questione personale. In Italia il Testo unico sulla sicurezza (D.Lgs. 81/2008) obbliga ogni datore di lavoro a valutarlo, insieme agli altri rischi per la salute, e a prendere misure per ridurlo. L’INAIL mette a disposizione una metodologia apposita che molte aziende usano.
In pratica significa che se il carico è insostenibile, se l’organizzazione genera continuamente conflitti o urgenze, non è solo un problema tuo da risolvere con la respirazione. Puoi rivolgerti al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) e al medico competente della tua azienda. Se invece la situazione riguarda comportamenti ostili e ripetuti nei tuoi confronti, è un altro discorso: ne parliamo nell’articolo sul mobbing.
Quando chiedere aiuto a uno psicologo
Ci sono momenti in cui i consigli pratici non bastano. Vale la pena parlarne con un professionista se:
- i sintomi durano da più di qualche settimana e non migliorano nemmeno nei giorni liberi;
- il sonno è disturbato quasi tutte le notti;
- provi ansia o tristezza che invadono anche il resto della vita;
- stai usando alcol, cibo o farmaci per reggere;
- pensi spesso di mollare tutto ma non riesci a capire cosa vuoi davvero.
Un percorso con uno psicologo non serve a farti “sopportare meglio” un lavoro che ti sta facendo male. Serve a capire cosa sta succedendo, a ritrovare margini di scelta e, se serve, a prendere decisioni che oggi sembrano impossibili. Ti consigliamo di parlarne anche con il medico di base, per escludere cause fisiche dei sintomi.
Chiara, qualche mese dopo
Chiara non ha cambiato lavoro. Dopo aver iniziato a vedere una psicologa ha fatto una cosa che rimandava da mesi: ha chiesto un colloquio al suo responsabile e ha messo per iscritto cosa non riusciva più a coprire. Una parte del lavoro è stata redistribuita, un’altra no. Il mal di stomaco della domenica non è sparito del tutto, ma adesso sa cosa le sta dicendo.
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